
La luce come atto civile: il progetto illuminotecnico della stazione di Baia
C’è un momento, scendendo nella nuova stazione di Baia, in cui il viaggiatore smette di essere un pendolare e diventa qualcos’altro. Non è un effetto cercato dalla segnaletica, né prodotto dalla tecnologia: è prodotto dalla luce.
Nel progetto dello Studio Od’A, ampi lucernari circolari bucano la copertura e portano il cielo campano negli ambienti sotterranei. Quella luce calda, obliqua, stagionale non è decorazione. È una dichiarazione di poetica. Dice: “Sei sotto terra, ma non sei nel buio. Sei in un luogo che ha scelto di ricordare”.
Chi lavora con la luce sa che ogni progetto di illuminazione è, in fondo, una serie di decisioni morali e Baia è un luogo che mi ha fatto sentire da subito il peso di questa responsabilità: cosa si mostra, cosa si lascia nell’ombra, quale gerarchia si costruisce tra le cose e i loro contesti. Queste decisioni hanno un peso insolito, perché il contesto non è neutro: è uno dei territori più carichi di storia del Mediterraneo, un luogo dove sotto ogni metro di suolo c’è un altro strato di tempo.
La luce come soglia: progettare la percezione negli spazi liminali
Gli antichi avevano parole precise per nominare i luoghi di passaggio.
Limen, in latino: la soglia, il punto in cui una condizione si trasforma in un’altra. Le stazioni sono, per definizione, luoghi liminali. Non si abita in una stazione, la si attraversa e il progettista di luce che lavora in questi spazi lavora con qualcosa di più sottile della fotometria: lavora con la percezione del cambiamento.
A Baia il cambiamento è triplice. Si passa dal fuori al dentro, dalla superficie alla profondità, dal presente a ciò che il presente contiene.
La domanda che ogni illuminotecnico dovrebbe porsi non è “quanti lux”, ma “quale transizione voglio produrre nella percezione del visitatore?”.
Il lucernaio circolare, forma che richiama il vicino Tempio di Mercurio, quella cupola romana che anticipa di secoli il Pantheon, così come ogni soluzione adottata nel progetto d’illuminazione, non sono meri espedienti tecnici. Sono citazioni. Gesti con cui il progetto dice: qui la storia entra dall’alto, come sempre è entrata in questi luoghi votati al culto e alla meraviglia.

La luce come atto morale: illuminare Baia tra storia e responsabilità progettuale
La stazione di Baia ha aperto nel novembre 2025, dopo venticinque anni di chiusura. Un quarto di secolo in cui questo territorio già segnato dal bradisismo, già penalizzato da investimenti insufficienti ha vissuto senza questa connessione. Il cantiere aperto nel 2005, e bloccato per anni da contenziosi giudiziari, è rimasto una ferita visibile nel tessuto urbano.
Illuminare questo spazio, finalmente, è stato per me e per il mio gruppo di lavoro, anche un atto di restituzione. E chi progetta la luce in un luogo così carico di attesa non può fare finta di niente. Ogni scelta luminosa è anche una scelta di significato: cosa si celebra, cosa si commemora, cosa si lascia nell’ombra.
La luce che celebra l’antica Baiae romana convive, fuori da questa stazione, con un territorio ancora fragile. La luce come atto morale significa tenere insieme queste due verità: illuminare il passato senza oscurare il presente.

Discendere è ricordare: luce, ombra e memoria nei Campi Flegrei
I Campi Flegrei erano, per i Greci e poi per i Romani, il paesaggio dell’aldilà: qui Virgilio ambientava la discesa di Enea agli Inferi. Scavare in questi suoli è sempre un atto che in qualche modo tocca la morte e non è un caso che durante i lavori siano riemersi sepolcri del primo secolo avanti Cristo.
La luce che accompagna il viaggiatore in questo percorso discendente non può ridursi a un’illuminazione funzionale che neutralizza lo spazio. Deve costruirlo, dargli spessore temporale. Ciò che distingue il grande progetto di illuminazione da quello competente ma inerte è la capacità di far sentire che la luce non è lì “nonostante” il buio, ma “insieme” ad esso. Le soluzioni illuminotecniche, nel progetto di Baia, portano luce, ma definiscono anche per contrasto le zone in ombra, le transizioni. E in queste transizioni abita qualcosa che assomiglia a ciò che i Greci chiamavano “metaxy”, lo spazio tra la soglia e il punto in cui le categorie smettono di essere rigide.

Un museo che si attraversa: lighting design tra flusso e percezione
La stazione di Baia è una stazione museo. Ma vale la pena soffermarsi sulla differenza tra un museo che si visita e uno che si attraversa. Nel primo, la luce è stazionaria, al servizio dell’oggetto, calibrata per chi si ferma. In una stazione, il viaggiatore è in movimento, spesso di fretta. La luce deve comunicare in tempi brevissimi, creare senso senza fermare il flusso.
La percezione, lo insegna la fenomenologia, è sempre più rapida del pensiero consapevole. Si vede prima di capire di aver visto. Il lighting design di una stazione museo è perciò un esercizio di scrittura poetica: deve produrre un’impressione duratura con mezzi fulminei. Come un verso che non si dimentica anche senza capirlo pienamente.
Progettare la luce in questo spazio ha significato per noi entrare in dialogo con la sua luce naturale, non ignorarla, non combatterla, ma interpretarla là dove essa non arriva. Fare luce nel paesaggio sotterraneo flegreo, un ambiente che custodisce frammenti di una civiltà sepolta da duemila anni, è un gesto che va oltre la tecnica.
La luce, progettata con questa consapevolezza, non è un servizio: diventa un atto civile.
Testo a cura di:
Sergio Marzocchella
Ingegnere e socio AILD




