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SMOOTH LIGHT – L’importanza di riconquistare il comfort percettivo nella propria casa

L’importanza di riconquistare il comfort percettivo nella propria casa

Negli spazi della nostra vita privata, l’occhio gradisce particolarmente una luce confortevole, almeno quanto i nostri piedi gradiscono un paio di soffici pantofole. Anche fuori dalle mura domestiche, del poter vivere lo stesso comfort nessuno mai si lamenterebbe. Tuttavia, la casa è ancora quello speciale rifugio dove possiamo sperimentare protezione e rigenerazione psicofisica, e la biologia è un infallibile detector che stabilisce se i requisiti di equilibrio sono soddisfatti oppure fa scattare il disagio in presenza di qualche “stortura”. 

La SMOOTH LIGHT è quella particolare distribuzione luminosa nello spazio che esprime una piacevole e delicata fluidità, dove non vi sono mai picchi aggressivi di luminosità generati ad esempio da una sorgente scoperta, dove le ombre sono morbide e bilanciate, e la lettura visiva dello spazio è semplicemente perfetta. Un tale ambiente di luce è un elisir di benessere, sotto ogni punto di vista.

piacevole e delicata fluidità

RIVERBERO

Un colpo che rimbalza indietro

Uno dei principali segreti della smooth light è il riverbero.
Per comprendere il concetto di riverbero della luce, è assai utile ascoltare attentamente il suono della radice etimologica latina, re-verberare, di cui re è un prefisso che indica un ritorno, mentre verberare significa letteralmente percuotere, colpire. In sostanza, il riverbero è un urto vigoroso che torna indietro, come una massa di acqua marina che si lancia contro la scogliera e ne viene respinta con forza, oppure l’onda sonora che, intrappolata tra le pareti di una grotta, vi rimbalza costringendo l’aria a vibrare più e più volte, l’eco. Riverberare in poche parole significa restituire il colpo, ogni volta che esso viene sferrato.

Pilastri della scienza quali Anassagora, Leonardo da Vinci e Galileo Galilei, teorizzarono molto su questo comportamento della luce. Ma la scoperta che noi vediamo gli oggetti quotidiani solo perché questi riverberano la luce ambientale in tutte le direzioni, la dobbiamo allo scienziato arabo Ibn al-Haytham (noto in Occidente come Alhazen, 965-1040 d.C.). Nel suo monumentale Libro dell’Ottica (Kitāb al-Manāẓir), egli dimostrò che:

  1. La luce viaggia da una sorgente, come il Sole o una candela.
  2. Ogni punto di un oggetto illuminato rimbalza i raggi di luce in ogni direzione.
  3. Questi raggi riverberati colpiscono poi l’occhio, permettendoci di individuare e scansionare l’oggetto.

Sembra scontato oggi, ma all’epoca fu quasi eresia perché, secondo i dogmatici del tempo, la luce nasceva dall’occhio stesso.
L’esplorazione scientifica di questo elementare, e pur fondamentale, comportamento ha poi svelato della luce la sua natura di onda, ma anche di massa corpuscolare elastica e rapidissima. 

fenomeno complesso del riverbero

Questo doveroso approfondimento intende precisare come l’espressione generica luce indiretta, in sostanza, limita quel sapore conoscitivo che invece concede il fenomeno complesso del riverbero. Infatti, non tanto il cosa – ovvero colpire e rimbalzare – quanto il come si rivela assai interessante e di grande utilità pratica per la comprensione dell’interazione tra luce e materia. Un’interazione che, vale la pena ribadirlo, è il fondamento della nostra percezione dello spazio, ovvero la nostra capacità di muoverci nel mondo fisico, nel migliore o nel peggiore dei modi. 

Rientriamo mentalmente nella nostra casa. Lo scenario più comune di uno spazio domestico è fatto di molti oggetti che, semplificando, presentano una superficie di aspetto rugoso (opaco) a livello microscopico, e una quantità minore di oggetti dalla superficie speculare, come vetri specchi e metalli lucidi – a meno che non ci troviamo nella sala degli specchi di Versailles, ma quella sarebbe un’altra interessante narrazione.

superficie di aspetto rugoso


Di questi due attori, sono i rugosi a giocare il ruolo più importante nella costruzione di un ambiente luminoso smooth, per la loro capacità di distribuire a largo raggio la massa dei fotoni. A voler considerare la quantità, la diversità e la complessità delle forme e delle disposizioni spaziali di tutto ciò che compone uno spazio domestico – volumi, finiture, arredi, decorazioni e colori, solo per citarne alcuni – appare comprensibile come un dispositivo di illuminazione LED, pur sofisticato, di ultima generazione e dotato della migliore ottica di diffusione, non basterebbe affatto ad eccitare le molte potenzialità armoniche dello spazio. Solo un preliminare studio accurato dei rimbalzi, sulla cui base costruire una strategia esecutiva tecnologica, potrebbe conquistare questo risultato. E ci permetterebbe di poter godere istintivamente di quella bellezza, con uguale appagamento da qualunque angolo ottico ci posizionassimo. 

LA TRASFORMAZIONE DELLA LUCE NELLO SPAZIO

Viaggio dalla sorgente all’occhio umano

La luce che riverbera non è mai identica a come parte in origine.
Il flusso luminoso emesso dalla sorgente ha una sua precisa carta di identità – per intenderci, i parametri elencati nella scheda tecnica dell’apparecchio. Ma poi accade che tale flusso si scontra inevitabilmente e ripetutamente con le superfici della materia, che ne assorbono parte dell’energia e ne cambiano i connotati di intensità e cromaticità, prima di rimbalzarla in direzioni che la materia stessa detta in base alla sua consistenza molecolare. È dunque esatto dire che la luce, da quel momento, porta con sé il ricordo della materia che incontra: maggiore il numero degli incontri maggiore sarà la trasformazione della luce prima di arrivare al nostro occhio. 

Se un flusso di luce bianca rimbalza, ad esempio, da un muro di colore rosso*, il nostro occhio riceverà una luce rossastra e meno intensa di quella emessa, ma se la parete è per metà dipinta di rosso e per metà di blu, il nostro occhio percepirà una luce violacea e ancora meno intensa. La semplificazione appena descritta nasconde un piccolo *inganno ottico: ciò che in realtà catturiamo con l’occhio è la frequenza, o la miscela di frequenze, che la materia scarta in questo incontro; quindi, è corretto affermare che la parete è tutto fuorché rossa oppure blu.

inganno ottico

Nell’essenza del lighting design, questa conoscenza ha implicazioni molto forti per la creazione della scena luminosa finale in un ambiente. Ne va non solo della vivibilità funzionale dei vari luoghi domestici, ma soprattutto della percezione armonica che il nostro cervello elabora, ancora oggi in modo ancestrale, per ognuna delle funzioni assegnate agli ambienti. Al di là delle mutevoli tendenze di design, tra stili di forma e tecnologie d’avanguardia, nella realtà dei fatti la percezione armonica dettata dalla luce giusta rimane un dogma.

LUCE FILTRATA, LUCE OTTIMIZZATA

Antico paralume docet

In un ambiente domestico contemporaneo, la luce viene fruita soprattutto nelle ore serali e notturne – fatta eccezione per quelle architetture che non favoriscono l’approvvigionamento ottimale di luce solare.  In quel segmento di giornata, il nostro organismo necessita di quantitativi minimi di luce, di temperatura calda e ben distribuita, per esigenze fisiologiche che preparano ai processi di riparazione e crescita cellulare attivati durante il sonno. A differenza del giorno, dove una luce più vigorosa, perfino quella artificiale, sostiene la nostra piena performance dinamica. 


È davvero affascinante ripercorrere la nascita ed evoluzione storica del buon vecchio paralume, per comprendere come le istanze funzionali e stilistiche legate alla diffusione della luce dalla sorgente all’ambiente abbiano modellato l’approccio alla distribuzione luminosa.

Parigi, 1770, nasce l’abat-jour che significa letteralmente “abbatti-giorno” o “attenua-luce”. Questa lampada a olio, successivamente a gas, aveva tre funzioni: proteggere gli occhi dal bagliore della luce divenuta più aggressiva rispetto a quella della candela, dirigere il flusso luminoso verso il basso, sul tavolo da lettura o da gioco, e contenere le esalazioni del combustibile.

abat-jour


Con la diffusione delle lampade a cherosene a metà dell’Ottocento, il paralume entrò prepotentemente nelle case della nascente borghesia, trasformandosi da oggetto puramente funzionale a elemento decorativo.Con il suo vetro opaco o satinato era perfetto per diffondere la luce in modo omogeneo ed ovviare al problema del punto luce nudo nel buio (la fiamma della candela, per intenderci), che per contrasto rendeva tutto ancora più buio. Siamo agli albori della smooth light.

In epoca vittoriana esplose la moda di paralumi in seta, pizzo e velluto, arricchiti da lunghe frange e perline. Non erano granché sicuri per il rischio di prendere fuoco, ma erano assai apprezzati per saper creare un’atmosfera intima e lussuosa nei salotti dell’epoca.

Quando Thomas Edison commercializzò la lampadina a incandescenza nel 1879, il paralume rischiò quasi di sparire: la luce elettrica non fumava, non oscillava al vento e sembrava non aver bisogno di schermatura. Tuttavia, ci si rese conto che guardare direttamente il filamento elettrico feriva gli occhi. E dunque il paralume divenne di nuovo fondamentale, ma questa volta libero dai vincoli del calore della fiamma viva.

Passando dall’Art Nouveau con i celeberrimi paralumi-mosaico di Louis Comfort Tiffany, e dalla epurazione decorativa del movimento Bauhaus – “Form follows function! ” proclamava Louis Henry Sullivan – approdiamo nel Nord Europa dove il design ridefinisce il paralume per obliterare la sorgente da qualsiasi angolazione e diffondere una luce totalmente priva di abbagliamento, come la famosa PH5 che Poul Henningsen progetta per Louis Poulsen. 

TECNOLOGIA, CULTURA E COMPETENZA PROFESSIONALE

Discronia grave ma ancora curabile

Torniamo ad oggi. La messa a punto della tecnologia LED ad uso civile e di materiali sintetici altamente performanti, insieme alla straordinaria evoluzione delle ottiche e dei sistemi elettronici di controllo, hanno innescato un’accelerazione trasformativa relativamente al filtrare e distribuire la luce nello spazio. Si pensi ad alcune rivoluzioni come la lente Fresnel, la Svoboda Batten e i COB LED, fino alla compattezza della flex LED: dimmerabile, tunable white, direttamente immersa nella resina epossidica con opzione di opacità multiple e con molti gradi di apertura di fascio simmetrico o asimmetrico, per un perfetto controllo della prestazione luminosa smooth.

Art Nouveau

La tecnologia, insomma è pronta, ma la cultura non lo è ancora. A fronte di tanto splendido progresso tecnologico, infatti, si è creata una grappolatura bizzarra di usi random della luce, presto insinuati anche nelle nostre case per via della sempre più facile accessibilità a dotazioni sofisticate, come la domotica. Ma anche per la voglia infantile di giocare da sé con un elemento apparentemente divertente e innocuo.

Penso alla sostenibilità, concetto teorico universalmente condiviso ma che, detto sottovoce, nella pratica sostiene più il portafoglio e l’ambiente inerte che la sicurezza biologica, compresa quella dell’essere umano. La comunità scientifica da decenni mette in guardia, soprattutto i produttori e i progettisti dell’illuminazione, riguardo ai rischi legati non solo alla difformità della luce artificiale rispetto a quella solare – la nostra regola, per intenderci – ma anche alla diffusa assenza di una progettazione e gestione professionale di tutte le istanze che la luce porta con sé. Ciò accade perché il ponte progettuale tra l’apparecchio e il fruitore finale spesso viene glissato, improvvisato da improvvisati conoscitori della luce oppure del tutto ignorato. 

Altri aspetti sottostimati nella pratica contemporanea dell’illuminazione artificiale, in particolare quella domestica, che a mio avviso è la più critica, sono ad esempio la necessità di una transizione morbida e cromaticamente calibrata tra la luce diurna e l’oscurità, una bassa intensità nelle ore di buio giustificata dal fatto che il nostro occhio in quella condizione possiede una sensibilità ricettiva molto maggiore (la visione scotopica), una cromaticità che prolunga l’effetto tramonto – che nulla ha a che fare con il romanticismo. 

cromaticità

L’indomita conquista della notte e la conseguente violazione del nostro ritmo biologico (circadian rhythm) hanno infatti straripato nella troppa luce, disposta nello spazio senza coerenza, troppo intensa e contrastata, per tempi pericolosamente prolungati e dai colori letteralmente fuori dal controllo della logica. Tutto ciò in uno specifico tratto delle 24 ore in cui la luce dovrebbe essere fisiologicamente bandita, o quanto meno gestita con un briciolo di saggezza. Meno male che la farmaceutica e la cosmesi offrono, ad ogni mattino seguente, un’infinita gamma di chimica palliativa anti “effetti collaterali”.

UNA SEMPLICE E SOLIDA CONCLUSIONE

La smooth light è un’espressione di elevata qualità della luce, quella che si attiene alle regole granitiche del sistema Vita in tutta la sua bellezza.
È la scelta evoluta, consapevole e demandata ad una competenza specializzata, fatta da coloro che difendono con amore il proprio ben-essere.

Testo a cura di:

Patrizia Stella De Masi
Architetto, Senior Lighting Designer PHOTONIKA, Presidente AILD

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